Il futuro immobiliare non si prevede più. Si costruisce ogni giorno.

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Business Beat Italy 2026 - il futuro delle agenzie immobiliari

Business Beats Italy 2026, una finestra aperta sul futuro delle agenzie immobiliari

Dal Business Beats Italy 2026 di onOffice una riflessione sul futuro delle agenzie immobiliari, tra intelligenza artificiale, dati di mercato, nuove tecnologie e modelli di business che cambiano più velocemente della nostra capacità di pianificarli.

C’è una frase, ascoltata durante il Business Beats Italy 2026 di onOffice, che secondo me racconta meglio di tante altre il momento che stiamo vivendo.

Non possiamo più permetterci di dedicare dodici mesi allo sviluppo di qualcosa per poi scoprire che, nel frattempo, è diventato obsoleto.

Il riferimento era allo sviluppo tecnologico di una piattaforma software, ma il concetto va molto oltre.

Riguarda le aziende. Riguarda le strategie. Riguarda il modo in cui programmiamo gli investimenti, organizziamo il lavoro e immaginiamo il futuro delle nostre attività.

E riguarda, naturalmente, anche le agenzie immobiliari.

Per anni siamo stati abituati a ragionare per piani annuali. Obiettivi, budget, attività, scadenze. Un esercizio necessario, spesso utile, che presupponeva però una condizione fondamentale: una ragionevole prevedibilità del contesto.

Oggi quella prevedibilità si è ridotta.

Le tecnologie evolvono a una velocità che rende difficile persino distinguere ciò che rappresenta un cambiamento strutturale da ciò che potrebbe essere superato nel giro di pochi mesi.

L’intelligenza artificiale ne è l’esempio più evidente.

Quello che soltanto un anno fa appariva come una possibilità futuristica oggi è già disponibile. E quello che oggi consideriamo innovativo potrebbe diventare una funzione ordinaria di qualsiasi software nel prossimo futuro.

Il problema non è più soltanto capire dove stiamo andando. È imparare a muoverci mentre la destinazione continua a cambiare.

Attenzione, però: questo non significa rinunciare alla strategia.

Al contrario.

Quando diventa difficile prevedere il futuro, avere una direzione diventa ancora più importante.

È con questa chiave di lettura che ho seguito il Business Beats Italy 2026, l’evento organizzato da onOffice a Torino.

Una giornata che ha attraversato temi apparentemente differenti: evoluzione dei software gestionali, intelligenza artificiale, andamento del mercato immobiliare, comunicazione, social media e nuove opportunità di investimento.

Il filo conduttore, almeno nella mia interpretazione, è stato uno solo: il settore immobiliare deve imparare a cambiare senza perdere la propria identità professionale.

La lezione di onOffice: meno previsioni, più capacità di adattamento

Uno dei passaggi più interessanti della giornata è arrivato proprio dalla presentazione dell’evoluzione della piattaforma onOffice.

Non tanto per le singole funzionalità annunciate, quanto per il metodo con cui l’azienda ha scelto di affrontare lo sviluppo tecnologico.

La tradizionale roadmap, costruita intorno a scadenze relativamente rigide, lascia spazio a una logica più flessibile: Now, Next, Later.

Ciò che si sta facendo adesso, ciò che verrà affrontato successivamente e ciò che appartiene a un orizzonte più lontano.

Può sembrare una distinzione organizzativa, ma dietro c’è un cambiamento di mentalità.

In un contesto tecnologico così dinamico, impegnarsi oggi su funzionalità da rilasciare tra dodici mesi significa rischiare di lavorare su esigenze che nel frattempo potrebbero essere cambiate.

Non significa smettere di progettare.

Significa riconoscere che la pianificazione deve poter essere aggiornata continuamente, sulla base delle opportunità e dei bisogni che emergono.

È una lezione che considero perfettamente applicabile anche al marketing immobiliare.

  • Quante agenzie immobiliari costruiscono ancora un piano di comunicazione annuale pensando di poterlo eseguire senza modifiche sostanziali?
  • Quante scelgono strumenti, canali e investimenti sulla base di abitudini consolidate, senza interrogarsi periodicamente sulla loro efficacia?

Un conto è definire un obiettivo strategico: aumentare gli incarichi, migliorare la qualità dei contatti, rafforzare il posizionamento territoriale, incrementare la produttività.

Un altro è stabilire oggi quali strumenti saranno necessariamente i migliori per raggiungerlo tra nove o dodici mesi.

Gli obiettivi possono essere stabili. Le strade per raggiungerli devono poter cambiare.

Quando l’intelligenza artificiale entra nel gestionale

La dimostrazione più concreta di questo approccio è arrivata dalle integrazioni tra il CRM e gli assistenti di intelligenza artificiale.

Durante la presentazione è stata mostrata la possibilità di interagire con il gestionale usando semplicemente il linguaggio naturale, parlando con un assistente AI e chiedendo di svolgere operazioni come creare un contatto in anagrafica, inserire un immobile o programmare un appuntamento.

Non siamo più nel territorio dell’intelligenza artificiale utilizzata esclusivamente per scrivere un annuncio o generare un testo.

Stiamo entrando in una fase nella quale l’AI può diventare un’interfaccia operativa verso gli strumenti di lavoro.

Questo cambia parecchio le prospettive.

Fino a oggi abbiamo imparato a utilizzare i software tramite menu, pulsanti, procedure e schermate.

Domani potremmo sempre più spesso limitarci a spiegare ciò che vogliamo ottenere, lasciando ai sistemi il compito di eseguire le operazioni necessarie.

Naturalmente, tutto questo richiederà controlli, autorizzazioni e un’attenta gestione dei dati.

Ma la direzione è chiara: l’intelligenza artificiale sta passando dalla produzione di contenuti all’esecuzione di attività.

Per un’agenzia immobiliare significa iniziare a ripensare i processi, non semplicemente aggiungere un nuovo strumento alla propria dotazione tecnologica.

La domanda interessante non sarà più soltanto «Quale software utilizziamo?».

Sarà: «Come organizziamo il lavoro affinché persone, software e intelligenza artificiale collaborino in modo efficace?».

Il mercato immobiliare: i numeri raccontano opportunità, ma anche squilibri

Dopo la tecnologia, il mercato.

L’intervento di Paolo Giabardo, di immobiliare.it, ha riportato l’attenzione su una questione fondamentale: l’innovazione non può essere interpretata separatamente dalle condizioni economiche e immobiliari nelle quali le agenzie operano.

Il mercato residenziale italiano ha mostrato segnali positivi, con circa 767.000 compravendite nel 2025 e indicazioni di continuità anche nel 2026.

Ma il dato complessivo, da solo, racconta soltanto una parte della storia.

Dietro i volumi delle transazioni convivono dinamiche differenti: domanda e offerta non sempre si incontrano, le caratteristiche degli immobili incidono sempre di più sulle scelte e il divario tra ciò che le persone desiderano e ciò che il patrimonio immobiliare può offrire rimane significativo.

Uno degli aspetti più interessanti riguarda proprio la distanza tra il prodotto nuovo e quello usato.

Nel corso dell’intervento è stata evidenziata una crescita del differenziale di prezzo, indicata dal 26% del 2021 al 52% del 2026.

È un segnale che merita attenzione.

Non soltanto perché gli immobili nuovi risultano sempre più costosi rispetto a quelli esistenti, ma perché il patrimonio residenziale italiano presenta caratteristiche strutturali difficili da modificare rapidamente.

Una quota molto consistente degli edifici è stata realizzata prima del 1980.

Questo significa che una parte importante del lavoro delle agenzie continuerà a riguardare immobili che devono confrontarsi con aspettative abitative cambiate: efficienza energetica, distribuzione degli spazi, comfort, qualità degli ambienti, costi di gestione.

Il punto, per me, è che non basta conoscere il prezzo degli immobili. Bisogna comprendere il rapporto tra caratteristiche del patrimonio, capacità di spesa e aspettative della domanda.

E qui i dati diventano uno strumento commerciale.

Un bravo agente immobiliare che sa interpretare queste dinamiche può aiutare il proprietario a definire un prezzo coerente, spiegare le difficoltà di collocamento di un immobile e individuare il pubblico potenzialmente interessato.

Può anche costruire una comunicazione più pertinente, evitando di raccontare ogni abitazione con gli stessi aggettivi.

I dati, insomma, non servono soltanto a descrivere il mercato.
Servono a prendere decisioni migliori.

Gli acquirenti internazionali: un’opportunità che richiede un cambio di prospettiva

C’è un altro aspetto del mercato immobiliare italiano che merita attenzione: la crescente rilevanza della domanda internazionale.

L’intervento di Jacopo Tartaglia ha offerto una prospettiva interessante, perché ha affrontato il tema raccontando le conseguenze organizzative di una precisa scelta imprenditoriale.

Intercettare gli acquirenti internazionali non significa semplicemente pubblicare gli annunci in inglese. Significa ripensare il servizio immobiliare dal punto di vista di chi acquista.

È un passaggio meno scontato di quanto possa sembrare.

Tradizionalmente, molte agenzie immobiliari italiane concentrano una parte significativa delle proprie energie sul proprietario venditore. È comprensibile: ottenere l’incarico significa acquisire il prodotto da commercializzare.

L’acquirente, invece, viene spesso gestito prevalentemente in funzione degli immobili disponibili.

Tartaglia ha raccontato di aver ribaltato questa prospettiva, costruendo un modello nel quale anche l’acquirente diventa il destinatario di un servizio strutturato.

La scelta di rivolgersi a una clientela internazionale ha comportato interventi concreti: collaboratori capaci di comunicare in più lingue, contenuti digitali pensati per un pubblico estero e servizi di accompagnamento che vanno oltre la visita dell’immobile.

Per un cittadino straniero, acquistare una proprietà in Italia può significare confrontarsi con procedure e difficoltà che un acquirente italiano considera ordinarie.

Ottenere un codice fiscale, aprire un conto corrente o accedere a un finanziamento sono soltanto alcuni esempi.

In questo scenario, l’agente immobiliare non si limita a mettere in relazione domanda e offerta.

Diventa un punto di riferimento capace di accompagnare il cliente lungo un percorso più articolato.

Naturalmente, non tutte le agenzie possono o devono adottare questo modello.

Ed è proprio qui che ho trovato interessante la seconda parte del ragionamento di Tartaglia.

Non è necessario possedere internamente tutte le competenze per accedere a un nuovo mercato. A volte è sufficiente costruire le collaborazioni giuste.

Un’agenzia profondamente radicata nel proprio territorio potrebbe già avere in portafoglio immobili interessanti per acquirenti internazionali, senza disporre dell’organizzazione necessaria per raggiungerli e seguirli.

Collaborare con professionisti specializzati può rappresentare una strada alternativa alla trasformazione completa della propria struttura.

Il tema, quindi, non è soltanto l’internazionalizzazione.

È la capacità di riconoscere nuove opportunità commerciali e scegliere come affrontarle.

C’è chi decide di specializzarsi, chi amplia la propria offerta e chi costruisce partnership.

Non esiste necessariamente una soluzione migliore in assoluto.

Esiste quella più coerente con il posizionamento, le competenze e gli obiettivi dell’agenzia.

Ed è un’altra conferma del filo conduttore di questa giornata:

innovare non significa fare tutti le stesse cose, ma trovare nuovi modi per valorizzare ciò che sappiamo fare.

Il lavoro dell’agente immobiliare diventa sempre più mobile

Un’altra prospettiva interessante è arrivata da Luca Frassi, Co-CEO di Idealista, con una riflessione sull’evoluzione degli strumenti digitali e sulla centralità dello smartphone.

Per molti professionisti immobiliari il telefono non è più soltanto uno strumento di comunicazione.

È una parte essenziale della postazione di lavoro.

Da lì si gestiscono conversazioni, richieste, fotografie, appuntamenti, documenti, pubblicazioni e relazioni con i clienti.

Il tema non è semplicemente avere un’applicazione mobile.

È progettare strumenti che seguano il professionista nelle condizioni in cui lavora.

Un agente immobiliare non trascorre tutta la giornata davanti a un computer. Si muove tra appuntamenti, sopralluoghi, visite, acquisizioni e incontri.

La tecnologia è utile quando accompagna queste attività senza imporre passaggi inutili.

Eppure, proprio qui emerge una contraddizione che incontro spesso.

Abbiamo a disposizione strumenti sempre più evoluti, ma continuiamo talvolta a gestire le informazioni con modalità frammentate: messaggi dispersi tra applicazioni, note personali, dati inseriti in ritardo nel CRM, attività affidate alla memoria.

Il problema non è la mancanza di tecnologia.

È la difficoltà di trasformarla in un metodo di lavoro.

La produttività non aumenta automaticamente quando aggiungiamo strumenti. Aumenta quando eliminiamo attriti dai processi.

Questa, a mio avviso, sarà una delle principali sfide organizzative delle agenzie immobiliari nei prossimi anni.

La tecnologia utile è quella che risolve un problema

Tra i messaggi emersi durante la giornata, ho trovato particolarmente interessante anche il richiamo a un utilizzo concreto e consapevole della tecnologia, affrontato nell’intervento di Eleonora Viscardi.

Siamo in una fase nella quale ogni settimana compare un nuovo strumento, una nuova applicazione o una nuova promessa di trasformazione del lavoro.

Il rischio è confondere la novità con il valore.

  • Non tutto ciò che è tecnologicamente possibile è necessariamente utile.
  • Non tutto ciò che può essere automatizzato dovrebbe esserlo.

Per un’agenzia immobiliare, adottare una soluzione ha senso se permette di ottenere un miglioramento riconoscibile: meno tempo dedicato ad attività ripetitive, maggiore qualità delle informazioni, tempi di risposta più rapidi, migliore esperienza del cliente.

Altrimenti rischiamo di sostituire un problema organizzativo con un problema tecnologico.

Questa distinzione è particolarmente importante quando parliamo di intelligenza artificiale.

Generare dieci testi in pochi secondi non è automaticamente un risultato se quei testi non sono coerenti con il posizionamento dell’agenzia.

Produrre immagini spettacolari non è un vantaggio se non aiutano a presentare correttamente un immobile.

Automatizzare una risposta non migliora la relazione se il cliente riceve informazioni generiche o inappropriate.

Il valore non risiede nello strumento, ma nel processo costruito intorno allo strumento.

È una convinzione che porto avanti da tempo e che questa giornata ha contribuito a rafforzare.

Social media: essere visibili non significa essere scelti

Il panel dedicato alla comunicazione social ha introdotto un altro tema centrale per il settore.

Gli interventi e le esperienze condivise da Lorenzo Magni, Stefania Longo e Piovono Case hanno offerto differenti prospettive sul modo in cui un professionista immobiliare può costruire la propria presenza digitale.

I social media hanno certamente modificato il rapporto tra agenti immobiliari e pubblico.

Hanno permesso ai professionisti di esporsi, raccontare il proprio lavoro, condividere competenze e raggiungere persone che difficilmente avrebbero incontrato utilizzando i canali tradizionali.

Ma esiste una distinzione che considero fondamentale.

La visibilità è un risultato di comunicazione. La fiducia è un risultato di relazione. L’incarico è un risultato commerciale.

Sono tre cose differenti.

Un contenuto può ottenere migliaia di visualizzazioni senza produrre alcuna opportunità concreta.

Allo stesso modo, un professionista con una community relativamente piccola può generare relazioni commerciali significative, se riesce a raggiungere le persone giuste con messaggi pertinenti.

Questo non significa sminuire la notorietà.

Significa attribuirle il ruolo corretto all’interno di una strategia.

Per un agente immobiliare, comunicare sui social dovrebbe servire anche a rendere riconoscibili le proprie competenze, spiegare il metodo di lavoro, dimostrare conoscenza del territorio e costruire familiarità prima che emerga un’esigenza di vendita o acquisto.

  • Il problema nasce quando la produzione dei contenuti diventa un fine anziché un mezzo.
  • Quando si inseguono i numeri senza chiedersi quali persone stiamo raggiungendo.
  • Quando si confonde la popolarità con l’autorevolezza.
  • O quando si imita il linguaggio di altri professionisti perdendo la propria identità.

Non credo esista un modello comunicativo valido per tutti.

Esistono professionisti capaci di utilizzare l’ironia, altri che costruiscono autorevolezza con l’analisi, altri ancora che valorizzano il rapporto con il territorio.

La scelta deve essere coerente con la persona, con il pubblico e con gli obiettivi dell’attività.

Perché non è necessario diventare un personaggio per essere riconosciuti come professionisti.

Dall’intelligenza artificiale generativa all’AI agentica

Uno degli interventi che ha aperto gli scenari più interessanti è stato quello di Pietro Pellizzari.

Il tema è l’evoluzione dell’intelligenza artificiale verso modelli capaci non soltanto di rispondere, ma di agire.

È il passaggio dall’AI generativa all’AI agentica.

Negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscere strumenti in grado di scrivere testi, elaborare immagini, analizzare documenti e rispondere a domande.

La fase successiva riguarda sistemi capaci di eseguire sequenze di attività, interagire con applicazioni e accompagnare gli utenti in processi più articolati.

Durante l’intervento è stato presentato anche l’esempio di un’esperienza immobiliare conversazionale, nella quale l’intelligenza artificiale può accompagnare un potenziale acquirente nell’esplorazione di un immobile, anche attraverso contenuti e visite virtuali.

Non si tratta semplicemente di un chatbot che risponde a domande preimpostate.

L’obiettivo è costruire un’interazione nella quale l’utente possa approfondire caratteristiche, porre domande e orientarsi nell’esperienza di ricerca.

Le possibili implicazioni sono importanti.

Pensiamo a un potenziale acquirente che visita un annuncio alle undici di sera.

Oggi può guardare fotografie, leggere una descrizione, consultare una planimetria e, eventualmente, inviare una richiesta di informazioni.

In uno scenario più evoluto potrebbe dialogare con un assistente, chiarire dubbi, approfondire aspetti specifici e arrivare al contatto con l’agenzia con un livello di consapevolezza superiore.

Per il professionista immobiliare potrebbe significare ricevere richieste più qualificate.

Ma attenzione a un equivoco.

Un contatto più informato non è necessariamente un cliente già pronto a comprare.

Rimangono esigenze personali, vincoli economici, valutazioni emotive, negoziazioni e decisioni complesse.

Ed è qui che il ruolo dell’agente conserva la propria centralità.

L’intelligenza artificiale può facilitare l’accesso alle informazioni e accompagnare alcune fasi del percorso.

Non elimina automaticamente il bisogno di una figura professionale capace di interpretare le esigenze, gestire le criticità e costruire fiducia.

Anzi, potrebbe aumentare il valore delle competenze che non si limitano alla trasmissione di informazioni.

Il rischio di automatizzare un’organizzazione inefficiente

C’è però un aspetto che ritengo ancora più importante delle singole applicazioni.

Se l’intelligenza artificiale diventa capace di eseguire attività, dobbiamo prima chiederci quali attività le stiamo affidando.

Un processo commerciale poco strutturato non diventa efficace soltanto perché viene automatizzato.

Un database disordinato non migliora magicamente quando viene collegato a un assistente intelligente.

Una procedura di qualificazione dei contatti poco chiara rischia semplicemente di produrre errori più velocemente.

Per questo credo che l’AI agentica debba spingere le agenzie a fare un lavoro preliminare: analizzare i processi, individuare i passaggi ripetitivi, definire responsabilità, criteri di controllo e risultati attesi.

Soltanto dopo ha senso scegliere gli strumenti.

Prima di automatizzare il lavoro, dobbiamo sapere come vogliamo che quel lavoro venga svolto.

Nuove opportunità immobiliari: il valore della conoscenza del territorio

La parte conclusiva della giornata ha allargato lo sguardo oltre il mercato residenziale tradizionale.

L’intervento di Giuseppe Gatti ha portato l’attenzione sulle trasformazioni degli investimenti immobiliari e sulle opportunità che possono nascere in segmenti differenti.

Student housing, ospitalità, logistica, data center.

Mercati con caratteristiche, operatori e competenze specifiche, che non possono essere affrontati semplicemente applicando le modalità della compravendita residenziale.

Eppure, proprio qui emerge un elemento interessante per il mondo dell’intermediazione.

Gli investitori hanno bisogno di individuare opportunità, comprendere le caratteristiche dei territori, conoscere le dinamiche locali e intercettare immobili o aree potenzialmente adatti a determinati progetti.

La conoscenza del territorio, da sempre uno degli elementi distintivi dell’agente immobiliare, potrebbe quindi trovare nuove applicazioni.

Naturalmente non significa che ogni agenzia debba iniziare a occuparsi di logistica o strutture ricettive.

Significa comprendere che il mercato immobiliare è più ampio del perimetro nel quale molti professionisti operano quotidianamente.

E che alcune competenze già presenti nelle agenzie potrebbero acquisire valore in filiere differenti, se accompagnate da formazione, specializzazione e nuove relazioni professionali.

Anche in questo caso torna il tema della strategia.

Non inseguire qualsiasi opportunità.

Capire quali opportunità sono coerenti con le proprie risorse, il proprio territorio e il proprio modello di business.

Il futuro delle agenzie immobiliari non dipenderà dalla quantità di tecnologia utilizzata

Ripensando ai diversi interventi del Business Beats Italy 2026, mi sembra che emerga una contraddizione soltanto apparente.

  • Da una parte, la tecnologia accelera e rende sempre più difficile pianificare con precisione.
  • Dall’altra, proprio questa accelerazione rende indispensabile una maggiore chiarezza strategica.

Perché quando tutto cambia velocemente, il rischio non è soltanto rimanere indietro.

  • È anche correre in troppe direzioni contemporaneamente.
  • Cambiare software senza aver definito un processo.
  • Aprire nuovi canali di comunicazione senza sapere quale pubblico raggiungere.
  • Adottare strumenti di intelligenza artificiale senza aver individuato i problemi da risolvere.
  • Investire in visibilità senza misurarne le conseguenze commerciali.
  • Confondere l’innovazione con il semplice aggiornamento tecnologico.

A mio avviso, nei prossimi anni la differenza non la farà necessariamente l’agenzia che utilizzerà più strumenti.

La farà quella capace di integrarli in un’organizzazione coerente.

Un’organizzazione che sappia raccogliere e valorizzare i dati, costruire relazioni, qualificare le opportunità, comunicare con un’identità riconoscibile e adattare rapidamente le proprie attività.

La tecnologia può contribuire a tutto questo.

Ma non può sostituire la responsabilità imprenditoriale di decidere dove andare.

Ecco perché considero particolarmente significativo il messaggio iniziale sulla difficoltà di pianificare lo sviluppo a dodici mesi.

Non è un invito all’improvvisazione.

È un invito a distinguere ciò che deve rimanere stabile da ciò che deve poter cambiare.

Stabili devono essere la visione, i valori, il posizionamento e gli obiettivi.

Flessibili devono essere gli strumenti, i processi operativi e le modalità con cui perseguiamo quei risultati.

È una distinzione semplice, ma potrebbe fare una grande differenza.

Una riflessione conclusiva

C’è un ultimo aspetto che vorrei sottolineare.

Quando parliamo di intelligenza artificiale e trasformazione digitale, tendiamo a concentrarci sulle cose che le macchine saranno in grado di fare.

È comprensibile: sono le novità più visibili, quelle che attirano attenzione e generano discussioni.

Ma forse dovremmo dedicare altrettanto tempo a chiederci quali competenze umane diventeranno più importanti.

Capacità di ascolto, interpretazione dei bisogni, conoscenza del mercato, gestione delle relazioni, negoziazione, visione imprenditoriale.

Sono competenze che non diventano irrilevanti perché esistono strumenti più potenti.

Cambiano il contesto nel quale devono essere esercitate.

E cambiano le aspettative dei clienti.

Un consumatore che può ottenere informazioni in pochi secondi sarà probabilmente meno disposto a riconoscere valore a chi si limita a fornirgliele.

Cercherà invece qualcuno capace di aiutarlo a comprenderle, valutarle e trasformarle in decisioni.

Per gli agenti immobiliari, questa potrebbe essere una delle opportunità più importanti.

Non difendere attività che la tecnologia può rendere più semplici.

Ma rafforzare quelle competenze che rendono il professionista una figura utile anche quando le informazioni sono accessibili a tutti.

In fondo, il Business Beat Italy 2026 mi ha lasciato soprattutto questa convinzione:

Non possiamo più costruire il futuro dando per scontato che il mondo resterà uguale abbastanza a lungo da realizzare i nostri piani.

Possiamo però costruire organizzazioni capaci di apprendere, correggere la rotta e cogliere le opportunità che emergono.

Senza perdere la direzione.

Perché il futuro immobiliare non si prevede più.

Si costruisce ogni giorno.

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